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  • Donatella

Trend: ESG, cambiano le regole per la rendicontazione non finanziaria

Nuova taxonomy green, nuove regole per la rendicontazione non finanziaria e nuovi ambiti applicativi; cambia l’architettura normativa europea rafforzando i principi della normativa ESG e gli obiettivi del Green Deal e del piano Next GenerationEU. Un nuovo assetto che entro il 2024 coinvolgerà le grandi aziende – con oltre 250 dipendenti e 40 milioni di fatturato – ma anche le PMI entro il 2028. Sulla scorta di questa nuova vision stanno cambiando anche i protocolli di certificazione e la strategia che vede gli interventi sul patrimonio costruito come ambito di azione strategica per la riduzione delle emissioni in atmosfera, verso la “carbon neutrality” prevista per il 2050.

Ne ho parlato con Fabrizio Capaccioli, amministratore delegato di @Asacert e vicepresidente del Green Building Council Italia. Una transizione, quella energetica, conferma Capaccioli, che deve vedere anche un cambio di passo nelle competenze e la loro certificazione.


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L’intervista in apertura di puntata, con Fabrizio Capaccioli, amministratore delegato di Asacert e vicepresidente del Green Building Council Italia, ci introduce all’evoluzione del contesto normativo europeo che sta dando un indirizzo e strumenti nuovi alle strategie per costruire e produrre con un impatto minore sull’ambiente. Un cambiamento che coinvolgerà le politiche di investimento, le organizzazioni grandi e piccole, ma anche il mondo delle competenze professionali.


Nuove regole per la rendicontazione non finanziaria


La sostenibilità, nella sua accezione più ampia, si fonda su nuovi principi riferiti alla bontà degli investimenti e sul loro impatto rispetto alla tutela delle persone e dell’ambiente.


Le nuove misure votate dall’Unione Europea nel luglio scorso, contenute nell’accordo sulla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), obbligheranno dal 2024 le imprese, con oltre 250 dipendenti e un fatturato di 40 milioni di euro, a rendicontare il loro impatto sull’ambiente, su affari sociali e governance.


L’accordo si inserisce nel panorama della normativa sulla sostenibilità coerente agli obiettivi previsti dai principi del rating ESG - Environmental, Sustainability, Governance, di sempre maggiore interesse per stakeholders e clienti. La rendicontazione non finanziaria diventa così uno strumento di monitoraggio per misurare consapevolmente l’impatto sull’ambiente, sulla tutela dei diritti umani, sul rispetto delle uguaglianze e la gestione interna alle organizzazioni.


Un nuovo approccio che risponde all’ampio programma di decarbonizzazione dell’Unione Europea, che si è posto l’obiettivo della carbon neutrality entro il 2050, tagliando le emissioni del 55% già entro il 2030. Questa è la grande promessa che sta alla base del Green Deal, programma di investimenti di 1800 miliardi di euro del piano per la ripresa NextGenerationEU.


Una direzione, quella del contenimento delle emissioni in atmosfera, che diventerà il vero campo di prova dei nuovi modelli di business e delle nuove strategie produttive e distributive, sul quale le aziende misureranno l’efficacia dei loro comportamenti eco-sostenibili.


Verso una rendicontazione certificata e con nuovi standard


Il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sulla proposta di Direttiva in materia di informativa di sostenibilità delle imprese (Corporate Sustainability Reporting Directive – Acronimo CSRD).

La proposta mira a colmare le carenze delle norme esistenti in materia di disclosure dell’informativa non finanziaria, la cui qualità era insufficiente per consentirne la corretta valutazione da parte degli investitori.


Quali sono le nuove regole previste dalla CSRD?

La direttiva sull’informativa di sostenibilità delle imprese modifica la Direttiva 2014/95/UE sulla rendicontazione non finanziaria, introducendo requisiti di rendicontazione più dettagliati e garantendo che le imprese siano tenute a fornire un’adeguata rendicontazione sulla sostenibilità della propria attività, come ad esempio il rispetto dei diritti ambientali, dei diritti sociali, dei diritti umani e dei fattori di governance (ESG).

La CSRD introduce inoltre una certificazione per la rendicontazione di sostenibilità e migliora l’accesso alle informazioni, richiedendo la loro pubblicazione in una sezione dedicata dei rapporti di gestione.


Gli ambiti applicativi della CSRD

La proposta di Direttiva si applica a tutte le grandi imprese e a tutte le società quotate sui mercati regolamentati. Queste società sono anche responsabili della valutazione delle informazioni a livello delle loro filiali.

Le regole si applicano anche alle PMI quotate, tenendo conto delle loro caratteristiche specifiche.

Per le PMI sarà possibile un out-out durante un periodo transitorio, il che significa che saranno esentate dall’applicazione della direttiva fino al 2028.

Per quanto riguarda le imprese non europee, l’obbligo di fornire un rapporto sulla sostenibilità si applica a tutte le aziende che generano un fatturato netto di 150 milioni di euro nell’UE e che hanno almeno una filiale o una succursale nell’UE. Queste aziende dovranno fornire un rapporto sui loro impatti ESG, ovvero sugli impatti ambientali, sociali e di governance.

L’informativa di sostenibilità deve essere certificata da un revisore o certificatore indipendente accreditato secondo gli standard di certificazione adottati dall’UE. Anche la rendicontazione delle aziende non europee deve essere certificata da un revisore europeo o da uno stabilito in un Paese terzo.


Entrata in vigore della CSRD

L’applicazione della direttiva avverrà in tre fasi:

  • 1° gennaio 2024 per le società già soggette alla direttiva sulla rendicontazione non finanziaria;

  • 1° gennaio 2025 per le grandi società che non sono attualmente soggette alla direttiva sulla rendicontazione non finanziaria;

  • 1° gennaio 2026 per le PMI quotate, gli istituti di credito di piccole dimensioni e non complessi e le imprese di assicurazione “captive”.


L’importanza della rendicontazione

Le informazioni fornite dalle imprese saranno necessariamente oggetto di audit e certificazioni terze e indipendenti, superando la volontarietà e all’arbitrarietà con cui fino ad oggi le imprese si erano approcciate ai temi oggetto del provvedimento. Tale rendicontazione sarà validata dall’intervento di un ente terzo che ne certificherà la veridicità e rappresenterà per investitori, stakeholders, fornitori e catena di valore dell’organizzazione una fonte affidabile, trasparente e comparabile.

Una rendicontazione che dovrà essere basata sugli ESRS – European Sustainability Reporting Standards – standard obbligatori di rendicontazione della sostenibilità dell’Unione Europea. La prima serie di standard dovrebbe essere adottata entro ottobre 2022.


Il Bilancio di Sostenibilità per la rendicontazione non finanziaria


Il bilancio di sostenibilità porta nelle aziende i valori sociali e ambientali dell'attività. Il suo scopo è rendere conto degli impatti non finanziari dell’azienda verso tutti i soggetti con cui viene in contatto.

Il bilancio di sostenibilità si differenzia dal bilancio d’esercizio, che è un documento contabile che fornisce una rappresentazione della situazione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, perché ha come obiettivo quello di informare gli stakeholder dei risultati economici, sociali e ambientali generati dalla azienda nello svolgimento delle proprie attività.


Il bilancio di sostenibilità è un documento rivolto a tutti gli stakeholder, o portatori d’interesse verso l’azienda, che comunica gli impegni e i risultati presi nell’ambito della Responsabilità d’Impresa – o Corporate Social Responsibility (CSR).

Chi sono i portatori di interesse? Sono i dipendenti, fornitori, clienti, comunità locali, media, investitori, finanziatori ecc... A loro si rivolge il bilancio di sostenibilità che viene pubblicato una volta all’anno redatto secondo linee guida e standard di rendicontazione.


Cambiano la Tassonomia Green per guidare gli investimenti ESG verso la neutralità climatica


Nello scorso mese di luglio il Parlamento UE ha approvato un atto delegato complementare “Clima” ovvero il Complementary Climate Delegated Act che prevede l’inclusione delle attività energetiche dei settori del gas e del nucleare nell’elenco di attività economiche eco-sostenibili, comprese nella cosiddetta tassonomia UE con l’obiettivo di accelerare i processi di decarbonizzazione dell’Europa.


Ogni agenzia di rating ESG, ogni gestore finanziario, ogni fondo di investimento ha una propria definizione, applica i propri criteri e la propria metodologia nella selezione del portafoglio di emittenti sostenibili. Criteri validi e metodologie rigorose, ma non universali e, quindi, non direttamente comparabili con altre offerte. Per questo la Commissione da circa quattro anni ha lavorato ad una definizione univoca di quali attività economiche – e quali investimenti – possano definirsi sostenibili.


La nuova tassonomia entrerà in vigore il 1° gennaio 2023

  • La Tassonomia Verde dell’UE dovrà guidare gli investimenti privati verso la neutralità climatica entro il 2050: ha lo scopo di contribuire a migliorare i flussi monetari verso attività sostenibili in tutta l’Unione europea, orientando dunque gli investitori verso tecnologie e imprese più sostenibili;

https://finance.ec.europa.eu/sustainable-finance/tools-and-standards/eu-taxonomy-sustainable-activities_en

  • La tassonomia tiene in considerazione le attività nel campo dell’energia che rispecchiano le diverse situazioni nazionali e i diversi punti di partenza.


A chi si rivolge la tassonomia ambientale?

Si tratta di uno strumento di trasparenza basato su criteri scientifici destinato alle imprese e agli investitori, i quali vi trovano un linguaggio comune che potranno usare ogni qualvolta investono in progetti e attività economiche con significative ricadute positive sul clima e sull’ambiente.

Introduce anche obblighi di informativa per le società e i partecipanti ai mercati finanziari.


A cosa serve la Tassonomia ambientale?

La classificazione della tassonomia non determina se una data tecnologia rientrerà o meno nel mix energetico degli Stati membri, ma ha lo scopo di presentare tutte le soluzioni possibili per accelerare la transizione e aiutarci a realizzare gli obiettivi climatici.

Il mix energetico nazionale è infatti una prerogativa degli Stati membri, che varia da uno Stato membro all’altro e in alcuni dipende ancora fortemente dal carbone ad alte emissioni di carbonio.


Il regolamento sulla tassonomia stabilisce sei obiettivi ambientali:

  • Mitigazione del cambiamento climatico;

  • Adattamento ai cambiamenti climatici;

  • L’uso sostenibile e la protezione delle acque e delle risorse marine;

  • La transizione verso un’economia circolare;

  • Prevenzione e controllo dell’inquinamento;

  • La tutela e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.


Per essere eco-compatibile, un’attività dovrà soddisfare i seguenti criteri:

  • contribuire positivamente in modo sostanziale ad almeno uno dei sei obiettivi ambientali;

  • non produrre impatti negativi su nessun altro obiettivo;

  • essere svolta nel rispetto di garanzie sociali minime (per esempio, quelle previste dalle linee guida dell’OCSE e dai documenti delle Nazioni Unite).


Attraverso il mio podcast inizio con questa puntata una serie di approfondimenti su mondo dell’ESG e su come modificherà l’approccio agli investimenti nel settore delle costruzioni, i protocolli di certificazione e le competenze del settore della progettazione.


Continuate a seguirmi, vi terrò aggiornati attraverso il mio podcast e il mio blog.


A presto da #LaBollani